Errare humanum est…

Ma davvero lo pensate? La nostra cultura ci rende schiavi delle nostre stesse prestazioni. Ci identifichiamo sin da bambini in ciò che sappiamo fare, chi sa fare meglio è più stimato e più rispettato, dai genitori, dagli insegnanti, dai compagni, e così via fino all’età adulta, dai datori di lavoro, dai colleghi, dai clienti. Guai a sbagliare!
errorAnche quando si vede un amico dopo qualche tempo e ci si chiede “Come stai?” la risposta generalmente è “Sto facendo questo, poi dovrò fare quell’altro…” Ma la domanda non era “Cosa stai facendo”. Ci identifichiamo in ciò che facciamo, non in quello che siamo.
Ma se non siamo capaci di ascoltare la nostra voce interna, mettendola a tacere continuamente perché abbiamo un sacco di cose da fare, non riusciremo né a capire dove realmente vogliamo andare, né con quali mezzi intendiamo farlo e finiremo con l’imboccare strade sbagliate, ritrovandoci nel bel mezzo di un posto estraneo con una spiazzante domanda “Ma come ci sono finito io qui?”. Certamente non tutti, ma sono sicura che molti si identificheranno in qualcuna di queste righe.
Il tempo è qualcosa che abbiamo inventato noi, ma poi ce ne siamo lasciati dominare.
Il grande Leo Buscaglia, in un suo bellissimo libro senza tempo (Vivere, amare, capirsi) scriveva, rivolgendosi ai suoi alunni: “Io devo tenere continuamente d’occhio l’orologio perché a una certa ora sarà pronto il caffè e a una certa ora voi entrerete qui e a una certa ora dovremo andare a pranzo. Sono le dodici e voi non avete fame, ma mangiate perché sono le dodici. Siete seduti in classe, apprezzate una lezione e sentite che sta succedendo qualcosa di meraviglioso. Poi suona la campanella e tutti scappano via. “Sono le sette, mi dispiace devo andare”. Se una madre seduta nel vostro ufficio piange e si dispera, ma fuori c’è qualcun altro che aspetta di parlarvi, allora dite alla madre “Mi dispiace ma devo interromperla. Ci rivedremo domani alle otto e quattro minuti”. Noi abbiamo le classi governate da questo sistema… l’educazione regolata dall’orologio. Nessuno impara secondo l’orologio. Nessuno impara a blocchi. Creiamo il tempo e poi ne diventiamo schiavi”.
Ecco, il tempo e come va riempito sono le prime cose che ci conditempo-valore4zionano nella vita, già dai primi anni. Non sarebbe certamente possibile un sistema sociale privo di linee guida, sarebbe il caos, ma vogliamo davvero vivere come soldatini? Cosa fare per non rimanere intrappolati da tutti i doveri imposti dal quotidiano, che ci allontanano dalla nostra essenza e che spesso cancellano la nostra capacità di sentire, esattamente come un’onda che si infrange sulla riva cancella la tartaruga che avevamo disegnato con un rametto sulla sabbia?
Noi siamo parte di una rete e le nostre azioni sono in stretta connessione con tutto ciò che ci circonda. Veniamo costantemente condizionati e a nostra volta siamo fautori di condizionamento sull’ambiente in cui viviamo e sulle persone con cui ci relazioniamo. Pur di stare al passo con tutto ciò che ci circonda, ci lasciamo trasportare nel vortice senza una reale presenza, fino a quando arriva un senso di inadeguatezza, segnale che spesso arriva proprio dopo una caduta importante.

Sbagliando si impara” è una frase che tutti abbiamo pronunciato sicuramente più di una volta nella vita, ma allora perché abbiamo la pretesa di evitarli questi errori e pensiamo di potercela fare benissimo anche senza? Pur di non sbagliare, spesso addirittura evitiamo anche di metterci in gioco, abbiamo paura degli errori e dei suoi “terribili” effetti sulla nostra autostima. Troppo attenti ad evitarli come la peste bubbonica, li cataloghiamo come cose negative, da tenere a distanza il più possibile, se qualcuno che si trova in crisi ce ne parla, ci vien voglia di tapparci le orecchie (Counselor a parte ;P) e di metterci a cantare. Pertanto, non abbiamo confidenza con le strategie (atteggiamenti mentali efficaci) da mettere in atto in caso di caduta e quando ci capita di ritrovarci davanti alle stesse problematiche ricorrenti, la domanda inevitabile è: “Ma com’è che mi ritrovo sempre in queste situazioni?”. La risposta è semplice: fermarsi un attimo. Mettere via orologi e clessidre e prendersi tempo per capire cosa non va. Questo è il momento migliore per intraprendere un percorso di Counseling individuale, che è comunque un intervento breve e aiuta tantissimo ad ottimizzare i tempi.errori sicuri
La sofferenza fa parte della vita, se la viviamo con la sensazione di esserne vittime, non ci potrà tornare utile. Guardiamola in faccia questa sofferenza, cominciamo ad accettarla, a capirla, a darle un significato. Se iniziamo a considerare le avversità che la vita ci mette davanti non più come sfortune o manifestazioni di un Karma pesante (per chi non crede al karma, deve comunque ammettere che suona bene 🙂 ), bensì come messaggi che ci possono chiarire che direzione sta prendendo la nostra vita, i sentimenti cambiano e tutto, di conseguenza, comincia a cambiare. A questo punto non solo possiamo smettere di patire la sofferenza passivamente, ma possiamo anche scoprire come sfruttarla, come utilizzarla a nostro uso e consumo, cercando di acquisire nuova consapevolezza sul senso di quanto accaduto ed elaborare così nuovi itinerari, nuovi percorsi. Solo attraverso questa consapevolezza è possibile trasformare gli ostali in opportunità di cambiamento.
Se a scuola insegnassero anche la resilienza, oltre alla matematica, all’italiano, alle scienze e alla geografia, non sarebbe affatto male. “La capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità. Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti” (bellissima definizione tratta da Wikipedia).
La buona notizia è che non è necessario che qualcuno ci insegni la resilienza, così come l’amore per la vita.
Carl Rogers, a questo proposito, affermava: “Io non credo che qualcuno abbia mai insegnato qualcosa a qualcun altro. Contesto l’efficacia dell’insegnamento. L’unica cosa che so è che chi vuole imparare impara. Un insegnante, al massimo, è uno che facilità le cose, imbandisce la mensa e mostra agli altri che è eccitante e meravigliosa e li invita a mangiare”.
In fondo siamo tutti autodidatti, nessuno può costringere qualcun altro a mangiare. L’insegnante, come il Counselor, è una guida. Anch’io, in questi post non ho l’assurda idea di elargire insegnamenti di vita, l’intento è quello di riflettere sui comportamenti del genere umano, comportamenti e anche atteggiamenti che ci accomunano tutti, chi più, chi meno, e tornando all’insegnamento, anche il termine educare viene dal latino educere, che significa guidare, condurre. Tutto nasce sempre e solo dall’individuo e dalla sua capacità di cogliere lo spunto dentro di sé.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.