Feedback!

Negli ultimi decenni, il fenomeno della comunicazione massmediatica ha stravolto il modo di comunicare. C’è una sorta di assuefazione al messaggio veloce, d’impatto, finalizzato a catturare l’attenzione per scongiurare il rischio di rimanere inascoltati dall’altro, che distratto da centinaia di input (i quali spesso si accavallano ad un ritmo insostenibile) finisce inevitabilmente con il perdersi in mezzo al caos.
La comunicazione d’effetto, che prima era prerogativa del mondo pubblicitario, oggi sembra essere presente in ogni dove, anche nei profili personali di chi non ha nulla da vendere. Se il messaggio non viene messo in risalto in qualche modo, ci sono parecchie probabilità che non arrivi. Il lato oscuro di questo cambiamento si può vedere nell’incapacità di ascolto che dilaga in maniera allarmante.

Piramide-di-Maslow.001-1024x768Ieri mattina uno speaker radiofonico raccontava di un papà che in casa non riesce più a comunicare con i suoi figli, sempre troppo presi da pc, tablet, I-phone, non trovano tempo e soprattutto voglia di una semplice chiacchierata, ognuno preso dai propri interessi, comunicano con i loro contatti virtuali e anche scambiare opinioni o considerazioni su un fatto di cronaca è diventata una pratica sporadica. Con molta creatività, il papà cosa si è inventato? Ha aperto un blog. Un blog per comunicare con i figli! Vi state chiedendo se adesso lo seguiranno? Per ora sembrerebbe di sì (!).
Ma la comunicazione non dovrebbe essere condivisione e costruzione di significati? Qual è la qualità che può avere la condivisione tramite strumenti elettronici, se non quella di un semplice trasferimento di dati, messaggi brevi come avvisi, articoli o testi puramente informativi? La conversazione tramite Internet ha impoverito la comunicazione di una importante componente, ovvero quella dove le parole non servono.
La ricerca del significato del messaggio stesso, e ancor di più del significato che c’è dietro l’apparente messaggio (metasignificato), non può aver luogo nell’ambito di una comunicazione priva di espressioni (lo so che le emoticon e le emoji sono state inventate per questo, ma non bastano a colmare il gap), di toni, di gesti e di tutte quelle componenti che fanno parte degli altri due fondamentali livelli della comunicazione: il paraverbale e il non verbale. La stessa frase può avere tanti significati, che una faccina possa risolvere la questione è impensabile. E non esistono neanche regole rigide all’interno della comunicazione vis-à-vis, quindi pur avendo a disposizione tutte le componenti necessarie, il messaggio non è mai interpretabile in maniere univoca, chi ascolta e chi osserva trarrà le sue conclusioni in maniera del tutto personale e diversa dagli altri.drucker-comunicazione
La dimostrazione di quanto sia difficile una comunicazione di qualità, si può avere all’interno di un gruppo, durante un’animata discussione. Provate a proporre ad ognuno di superare un test prima di continuare a dare il suo contributo: quando un partecipante avrà appena finito di parlare, fermate la discussione e chiedete agli altri di ripetere cos’ha detto l’ultimo che ha parlato. Ne verrà fuori un minestrone, nessuno o pochi riusciranno a riportare fedelmente il messaggio, comprensivo di corrette intenzioni. Questo, a mio avviso, è un problema piuttosto comune e si ricollega perfettamente all’uso smodato dei mezzi tecnologici, i quali ci hanno disabituati alla vera comunicazione. Siamo tutti avidi di feedback, desideriamo riconoscimenti, vogliamo commenti ma poi non li ascoltiamo.
Se riceviamo un apprezzamento per qualcosa che abbiamo fatto, per esempio, ne siamo compiaciuti ma difficilmente andremo oltre chiedendoci cosa ha spinto realmente l’altro ad apprezzare il nostro lavoro. Di solito la risposta è “grazie!” ma si potrebbe andare oltre, indagando sul cosa in particolare lo ha colpito e perché. Queste informazioni ci darebbero spunti interessanti per esaminare ed ampliare alcuni aspetti sul nostro stesso operato.
Comunicare-modo-efficace-PNLLo stesso ragionamento vale per la critica negativa, quando la si riceve, in genere scatta una sorta di chiusura, ci si mette sulla difensiva, raramente si accetta. Tutti sappiamo che le critiche negative, se costruttive, sono utili ma poi nella pratica vedo che si fa una gran fatica a gestire l’impatto della critica negativa e spesso la si percepisce come un’offesa, come un attacco personale, un oltraggio al nostro valore, ma fra una critica ed un messaggio che ha la banale intenzione di sminuire l’altro, c’è un abisso. Il dubbio può sorgere, ma basterebbe poco per chiarire cosa realmente ci vuole dire l’interlocutore. Quel poco però spesso viene bypassato e si arriva direttamente alla reazione di difesa e di attacco.
Il feedback delle persone con cui abbiamo a che fare nella vita quotidiana sembra avere una grande importanza ma in concreto è sottovalutato, gli prestiamo generalmente poca attenzione. Nel bisogno di conoscere qual è l’impressione e l’idea che gli altri hanno di noi, in realtà si cela un bisogno di essere apprezzati, un bisogno che è anche correlato al modello di attaccamento col caregiver avuto nella prima infanzia (secondo la teoria dell’attaccamento di John Bowlby).
In concreto dunque, non siamo veramente interessati all’altro e alle sue idee, ma si tratta sempre del bisogno di riconoscimento dell’ego, nel quale ci identifichiamo. Questo fenomeno ci fa perdere tante opportunità di crescita personale.
In un percorso evolutivo individuale, riuscire a trasferire su un piano astratto il proprio pensiero è il primo passo che andrebbe fatto. Il pensiero astratto si basa sul considerare fatti, avvenimenti, teorie, persone escludendo più che si può l’influenza della propria esperienza personale e mantenendo la propria posizione sulla più ampia visione possibile. Se in una stanza siamo in venti (un numero a caso) e ci disponiamo in cerchio, l’oggetto che posizioneremo al centro verrà visto da ognuno di noi da un’angolazione diversa e così avremo venti descrizioni diverse dello stesso oggetto. Nel pensiero astratto si abbandona la propria posizione e si cerca di vedere l’oggetto per quello che realmente è, facendo un giro intorno ad esso. Per noi non è semplice guardare la nostra stessa persona da diverse angolazioni. Ecco perché il feedback di ci sta intorno è importante, perché ci dà modo di valutare aspetti che ci riguardano che ai nostri occhi non sono visibili, sempre chiaramente con tutte le dovute elaborazioni.
In un percorso di counseling si facilita la capacità di ascolto e si migliora la ricettività. Il fine è chiaramente sempre quello di stare meglio con se stessi e con gli altri e di sfruttare al massimo le risorse che si posseggono.
Comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura. Tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura” (Johann Wolfgang Goethe).

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