Io penso positivo

Un argomento di cui si è fatto, si fa e si farà sempre un gran parlare, si potrebbe definire un evergreen, che però si può trattare in mille modi diversi: il pensiero positivo 🙂 

Ci provo.

L’atteggiamento mentale determina la qualità della nostra vita, influisce sulle azioni, sui comportamenti, sulle reazioni e sulle scelte che mettiamo in atto quotidianamente. In Naturopatia Scientifica è una delle 3 A, che insieme all’Alimentazione e all’Attività fisica, costituiscono la carta d’identità del benessere di una persona. Sana alimentazione, attività fisica corretta e costante, atteggiamento mentale positivo, sono le condizioni fondamentali per una vita sana.

Un atteggiamento mentale in prevalenza pessimistico si riconosce dalla mancanzacervelli di entusiasmo. Si fatica a progettare e generalmente si smonta anche ogni progetto altrui, elencandone tutti gli aspetti negativi ma lo si fa in nome di una bonaria intenzione, ovvero quella di fare “l’avvocato del diavolo”, al fine dunque di riportare gli altri con i piedi per terra. Questo atteggiamento è per se stessi un continuo auto-sabotaggio e per gli altri è un vero e proprio tentativo di bloccare sul nascere ogni iniziativa che non preveda certezze. Di base c’è una messa a fuoco, quasi maniacale, delle ombre. Questa mancanza di fiducia, prima di tutto in se stessi e poi nei confronti della vita e del prossimo, finisce per essere la causa della rinuncia di tante e diverse opportunità. L’esclamazione chiarificatrice di questo atteggiamento è: “tanto non ne vale la pena!”. 

Analizziamo invece cosa fanno gli ottimisti: la predisposizione al pensiero ottimistico si riconosce da una buona capacità di ascolto. Questa capacità è fondamentale perché permette di assimilare nuovi input, indispensabili per poter poi fare un’anamnesi e valutare nuove opportunità.  Nelle persone, nelle situazioni, nei progetti si cercano i punti forti e anche se si percepiscono chiaramente anche i limiti e le criticità, sono i lati positivi che vengono focalizzati e studiati, perché è su questi che si crea. Coinvolgere, cooperare, costruire sono le finalità tipiche di chi ha un atteggiamento mentale positivo. Per certi versi, questo atteggiamento può apparire poco realistico, tipico delle persone ingenue e troppo idealiste, in realtà, molto spesso, si ha perfettamente la consapevolezza dei rischi che si corrono ma non ci si lascia paralizzare, l’idea è che “vale la pena tentare” e per tanto, in questo atteggiamento, c’è più pragmatismo di quanto possa sembrare. contest-1767672_1280

L’atteggiamento mentale fa parte della personalità di ognuno ma può essere modificato. Difficilissimo passare da un estremo all’altro, ma esistono innumerevoli gradazioni sulle quali potersi muovere.

Come fa l’atteggiamento mentale a determinare la qualità della nostra vita? Esistono dei veri e propri filtri percettivi che si costruiscono man mano che viviamo. C’è anche una componente genetica ma l’atteggiamento mentale è prevalentemente determinato dall’esperienza di vita, da ciò che abbiamo imparato e da quelli che si chiamano costrutti personali (la teoria dei costrutti personali fu elaborata nel 1926 da George Kelly, fisico, matematico e pedagogista, esponente dell’Alternativismo Costruttivo). Si tratta di quei meccanismi mentali che consistono nel formulare teorie e ipotesi sulla base di esperienze vissute, con l’obiettivo di capire e interpretare il mondo. Lo scopo è quello di creare una vera e propria banca dati in cui catalogare situazioni e relativi comportamenti efficaci da mettere in atto, per anticipare l’effetto che precise situazioni possono avere nella nostra vita. Per creare un costrutto, è necessario che due elementi siano vissuti come simili, in contrapposizione di un terzo elemento che rappresenterà il polo di contrasto. Nel momento in cui pensiamo di riconoscere un avvenimento, perché secondo noi lo abbiamo già vissuto e quindi ne riscontriamo la similarità, ci sentiremo in grado di affrontarlo molto più efficacemente di quanto faremmo nel caso in cui si trattasse di qualcosa che non conosciamo. Questo vale anche per i comportamenti, gli atteggiamenti e le azioni delle persone con cui ci relazioniamo.

Questi filtri percettivi si creano a partire dalla prima infanzia e sono generalmente “ereditati” dalle persone che ci accudiscono dalla nascita (i caregiver). Sono schemi operativi difficilissimi da modificare perché una volta creati, per noi saranno la realtà. Continuano a crearsi durante la crescita fino alla maturità, sulla base di quelli precedenti e più si è poco inclini ad aprirsi a nuovi orizzonti, meno si riuscirà a ragazza-che-guarda-il-solemodificarli. I costrutti personali sono tutt’altro che la realtà, sono piuttosto la causa di una sua visione distorta. Più faremo uso di queste lenti, meno saremo in grado di vedere le altre realtà, rimanendo ancorati ai nostri paletti. L’impiego inconsapevole dei costrutti personali annienta la differenza tra la realtà oggettiva (percepita in ogni sua angolazione) e la costruzione soggettiva che si è fatta di essa. Un esempio di questo processo potrebbe essere l’idea che spesso si ha della solarità di una persona. La si vede sorridere, dunque è solare. Secondo la nostra mappa mentale è così ma il sorriso e la personalità così detta solare non sono sempre e necessariamente in correlazione. 

Tuttavia, non sarebbe possibile fare a meno di mappe mentali, non avremmo punti di riferimento e ogni volta bisognerebbe rifare esperienza di tutto ciò che ci succede per capirne il significato. Sarebbe avvilente. Un’ipotetica vita priva di costrutti personali è perciò impensabile, perché, appunto, se da un lato questo processo di costruzione ci condiziona e ci limita costantemente, dall’altro ci permette di avere elementi per mezzo dei quali possiamo interpretare e dare un significato a ciò che ci accade e a ciò che ci circonda.

Predire, controllare e attribuire un significato agli eventi, del resto, sono mezzi che ci hanno permesso di sopravvivere e di evolverci. Anche la costante verifica della validità dei nostri costrutti fa parte del processo (teoria dell’uomo come scienziato), per avere la conferma che la nostra visione è esatta. E’ chiaro, però, che la verifica viene fatta sempre attraverso la propria personale valutazione soggettiva. Questi filtri ci servono dunque per capire e interpretare il mondo, ma bisogna sempre tenere a mente il famoso detto di Alfred Korzybsky: la mappa non è il territorio.

Dunque, quando nasce il problema? Nasce quando la rigidità delle nostre convinzioni non permette di sperimentare costruzioni delle realtà alternative a quella soggettiva disfunzionale. Quindi, fin quando ci siamo creati una visione della realtà che ci ha permesso di integrarci nel mondo e di vivere bene, possiamo considerare i costrutti personali come normali. Il problema si pone invece qualora i nostri costrutti si rivelano disadattivi, creando condizioni di disagio e di insoddisfazione identificabili in varie e diverse manifestazioni di pensiero e di azione.

Il counseling può essere un intervento utile per individuare se dietro un problema contingente e spesso ricorrente, c’è un atteggiamento mentale disfunzionale di cui non si ha consapevolezza.

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