Non ho alternative!

Torno ancora a parlare di obiettivi e di scelte di vita, argomento che per me è stato un importante oggetto di ricerca.

spunteNon ho alternative”, una frase che spesso si pronuncia per resa, per rinuncia, oppure per erigere un muro contro tutte le criticità che le alternative comporterebbero. Perché in realtà le alternative ci sono sempre, tranne in caso di morte 🙂 . L’affermazionenon ho alternative” ha un metasignificato: le alternative che vedo non mi convincono abbastanza per lasciare quello che ho”. A questo punto bisogna chiedersi che valore ha quel desiderio di cambiare la situazione attuale, concretizzare i propri desideri, migliorare la propria qualità di vita. È realmente ciò che si vuole e per cui si è disposti a perdere qualcosa pur di concretizzarlo? A cosa si è disposti a rinunciare?

Ma andiamo per ordine. Qual è il modulatore della motivazione? È esattamente l’insoddisfazione. Fino a quando non ci si sentirà insoddisfatti abbastanza, non si troverà il coraggio di rischiare. La delusione per la mancanza di riconoscimento e la voglia di riscatto sociale, per esempio, sono le spinte motivazionali di tante persone che hanno grandi capacità, ma poche opportunità per farsi strada e più queste spinte sono forti, più probabilità ci sono perché diventino “campioni” nel loro campo d’azione. La passione e la voglia di vedere riconosciute le loro capacità, le trasformano in invincibili, dotate di una forza esplosiva, vettafuori dal comune, che le farà eccellere. Ma quando arrivano all’apice del successo, questa straordinaria motivazione spesso subisce una battuta d’arresto. Questo vale anche per molti grandi della storia per cui una volta raggiunta l’entità divina, è iniziato il declino, e anche per molti grandi sportivi che dal nulla hanno scalato vette che sembravano irraggiungibili, conquistando il podio di competizioni impensabili, o con artisti che in giovane età hanno prodotto tantissime opere e che, una volta raggiunta la fama, non sono più riusciti a ritrovare l’estro e la creatività. E anche per noi comuni mortali è così.

Tutti abbiamo dentro di noi un desiderio di riscatto ed è questo che determina la motivazione. Quando però arriviamo dove ci eravamo prefissati di arrivare, ecco che la passione che ci ha motivati, quasi ci abbandona. Sembra un fatto negativo, ma in realtà non necessariamente lo è. La vita è operosità, è azione, su questo non c’è dubbio, ma noi siamo esseri in continua evoluzione, le persone che eravamo ieri, non sono le stesse persone che siamo diventate oggi. Lo scopo di vita che pensavamo di avere ieri, non è detto che sia lo stesso di oggi. Tuttavia, dopo aver lavorato sodo per costruire qualcosa, guardarci dentro e scoprire che adesso ci piacerebbe fare altro, non è conveniente, né funzionale.

Cambiare vita richiede una gran quantità di risorse di ogni genere da impiegare, a partire da quelle economiche, continuando per l’impegno nella formazione, la gavetta, l’avviamento e così via, riferendosi all’ambito professionale/lavorativo. Non meno importanti sono le risorse richieste nel campo delle relazioni, quelle per esempio necessarie a mettere fine ad una relazione stabile e duratura in cui non ci riconosciamo più. Acquisire un nuovo status è sempre impegnativo, richiede la revisione della propria identità, cambiamento di abitudini, rinuncia dei punti di riferimento, richiede inoltre l’elaborazione di sentimenti e di emozioni che spesso creano confusione. Anche un trasferimento in un’altra città è un cambiamento assai importante. Insomma, decidere di cambiare vita è difficoltoso, inutile negarlo, qualunque sia la ragione che ci spinge verso questa decisione. Inoltre la demotivazione arriva anche dal contesto sociale.

C’è una sorta di timore del giudizio altrui, dell’esclusione dal gruppo, della difficoltà di entrare a far parte di nuovi contesti. Il nostro bisogno di appartenenza, al terzo posto nella famosa piramide dei bisogni di Maslow (subito dopo i bisogni fisiologici e l’incolumità fisica propria, della famiglia, della casa), è legato agli affetti familiari, all’amicizia, all’intimità di coppia, tutti aspetti in cui ci riconosciamo, che rispecchiano la nostra identità. Del resto siamo animali sociali (come diceva Aristotele), nella solitudine stiamo male, così, quando non ci riconosciamo più in questo specchio, spesso troviamo comunque dei compromessi e ci adeguiamo al gruppo, alla società. Questa necessità però Piramide_maslowdiventa un limite nel momento in cui l’aspetto gregario prevarica su di noi e sui nostri bisogni, anch’essi di grande importanza, di realizzazione e di autostima. Non sempre si trova il coraggio e la forza di seguire l’”insight” (l’illuminazione) e pur di non remare controcorrente, si decide perciò di seguire percorsi meno accidentati e più a portata di mano.

In ogni caso, prendere coscienza di ciò che davvero desideriamo è già un passaggio fondamentale perché ci mette nelle condizioni di poter scegliere consapevolmente: riprenderci la vita in mano e destinarla a ciò che solo noi, conoscendoci meglio di chiunque altro, siamo in grado di comprendere, oppure accettare la nostra condizione attuale, impegnandoci però a viverla serenamente, senza rimpianti, senza rancori, senza invidia e altri sentimenti deleteri per noi stessi e per coloro che ci sono vicini, coscienti del fatto che siamo stati noi a scegliere di seguire la strada più facilmente percorribile, pur con il dubbio che sia la più “panoramica”.

Come al solito, la regola numero 1 del counseling è che non esistono ricette pronte e regole buone per tutti. Solo attraverso un percorso evolutivo individuale si può comprendere meglio se stessi e capire cos’è prioritario, rivalutando tutte le possibili alternative.

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