Un amore platonico

Genny è una donna quarantenne, lavora full time nell’amministrazione di un’importante azienda tessile, è sposata con un imprenditore e ha due figli di 12 e 14 anni. Si presenta con un look sobrio ma ricercato. Il suo tono di voce è basso. Le chiedo cosa la porta da me e la risposta è “Ho la sensazione di vivere la vita di un’altra persona, non la mia”. La invito a raccontarmi di sé, delle sue giornate tipo, della sua famiglia, del suo lavoro.

Emerge un tenore di vita “normale”, un marito presente nonostante gli importanti impegni lavorativi, i figli adolescenti che vivono la loro vita senza nessun particolare problema degno di nota, un lavoro che la impegna parecchio ma con soddisfazione. Le chiedo dunque se coltiva interessi personali extra-lavorativi e mi risponde che, anche volendo, non troverebbe il tempo per altre attività, la vita familiare nel fine settimana la impegna totalmente e durante la settimana, spesso si intrattiene in ufficio oltre l’orario lavorativo.

Cerco di capire se questa  mole di lavoro è mal tollerata dalla cliente ma, contrariamente a quanto ipotizzato, Genny non mostra nessun fastidio a questo proposito, affermando di aver ben pianificato gli imprevisti con l’aiuto di una persona di fiducia, che è un punto di riferimento per la famiglia da quando i figli erano piccoli. A questo punto mi soffermo ancora sull’ambiente lavorativo, focalizzando l’attenzione sul rapporto con i colleghi. Genny racconta di essere in stretta collaborazione con il direttore amministrativo dell’azienda (lei è la sua segretaria). Noto un cambiamento di espressione sul suo viso mentre parla di questa figura. Le chiedo perciò di annotare, durante la settimana, tutti quei momenti in cui avverte la sensazione di disagio, descrivendo nei dettagli dove si trova, con chi e che cosa avviene.

Al colloquio successivo, Genny arriva con una lista che contiene una dozzina di momenti critici, ma nessuno di questi sembra essere particolarmente significativo. Inoltre la cliente riferisce di non aver saputo scrivere esattamente cosa, come e quando perché la sensazione che prova è troppo vaga e non riesce a darle dei confini, dei contorni netti. L’unica sensazione che riesce a descrivere bene è una specie di blues, di tristezza immotivata, che si intervalla a momenti di rifiuto, di estraneità. Tuttavia dalla lista emerge un particolare: in tutti i dodici momenti descritti, lei si trova col marito. La invito a parlare dei sentimenti e delle emozioni che prova nei confronti del marito, ma noto una certa reticenza.

All’incontro seguente, Genny si sente pronta per parlare di quella che è la reale relazione col marito. Riferisce di stimarlo molto, di provare un grande affetto nei suoi confronti e di detestare l’idea di ferirlo. Le chiedo se lo ama. La cliente si apre e confessa di provare un’attrazione per il suo capo che la platonic_love_by_enviousdollieconfonde non poco e che mette in crisi il sentimento importante che prova per il marito, destabilizzando una relazione salda che dura da vent’anni. La invito, a questo punto, ad una riflessione su cosa desidera, su quali sono i suoi reali bisogni, aiutandola con alcune tecniche di counseling.

Quando si ripresenta, Genny mi riferisce di aver capito che il suo assoluto bisogno attuale è quello di provare emozioni intense, che si vergogna molto di questa sua necessità perché la ritiene infantile e la vorrebbe perciò rifiutare ma non ne è capace, non riesce a porre quest’impellente bisogno su un piano razionale. Confessa di star vivendo una situazione strana, “di pancia”: pensa troppo spesso l’uomo con cui condivide gran parte delle sue giornate (il suo capo) e prova per lui una sorta di “amore platonico”.

Dopo questa affermazione, Genny è visibilmente agitata. Questa nuova consapevolezza la spaventa ma allo stesso tempo, inizia a sentirsi più vera e perde quell’espressione fredda e distaccata che l’aveva accompagnata negli incontri precedenti, il peso dell’inconfessabile diventa più leggero, una volta condiviso, ed inizia a capire che fin quando non risolverà questo conflitto, non potrà vivere pienamente e coerentemente la sua vita.

Cerco di capire qual è il bisogno reale di Genny: una relazione che le faccia semplicemente vivere le emozioni che desidera provare o qualcos’altro ancora non meglio definito, che non è ancora emerso. Le pongo una domanda secca: “Se Ettore (il suo capo) si avvicinasse? Se si accorgesse di lei, diventando repentinamente seduttivo? Quale sarebbe la sua reazione? Cosa farebbe?” La risposta è “Spero che non succeda! Non è questo che voglio…”. Genny ha paura di stravolgere la sua vita, di ferire il marito, di destabilizzare i figli e soprattutto paura che il castello di emozioni che ha costruito da un anno a questa parte dentro di sé, crolli in quella che lei definisce “una relazione extra-coniugale squallida e banale”. Paura che nel contesto di una relazione intima, Ettore mostri una parte di sé che lei non vuole conoscere e paura di perdere la dolce e segreta adorazione che prova nei confronti di quest’uomo che ha idealizzato. Non si tratta dunque di mero conformismo e della difficoltà di anteporre se stessa e i suoi desideri alle regole sociali, ma si tratta piuttosto di un vuoto che lei tenta di colmare in qualche modo.

Le parlo allora della paura, una delle emozioni primarie dell’essere umano, argomentando sull’origine filogenetica di questa emozione e del fatto che ci accomuna tutti, indistintamente e da sempre, della sua fondamentale importanza nell’evoluzione dell’essere umano che, se fosse stato privo di questa emozione, non sarebbe sopravvissuto e si sarebbe estinto. Cerco insomma di spostare la sua emozione su un piano astratto per consentirle di guardarla da un’altra angolazione, al di fuori del suo ego, e di metterla dunque nelle condizioni di poter dare alla sua paura il giusto peso. Sottolineo che la paura di ciò che è oggettivamente pericoloso, continua ad essere l’emozione che ci salva e che ci salverà sempre la vita e la invito a riflettere invece su tutte le paure che oggi ci accomunano un po’ tutti e che spesso però sono soltanto conseguenze dei nostri costrutti mentali, laddove non esistono reali pericoli ma soltanto ipotesi di essi che noi stessi costruiamo e che altro non fanno che creare dei limiti alla nostra libertà di scelta. Le propongo la lettura di un bellissimo libro, Il cuore oltre l’ostacolo di Gómez Contreras Álvaro e, come sempre, una riflessione.woman-1148923_1280

All’incontro successivo, Genny arriva con una luce diversa e confessa che per lei Ettore è diventato una “droga”: “Mi nutro del suo pensiero, della sua immagine, della sua voce, della sua ironia, della sua forza, della sua debolezza. Ma non ci sarà mai nulla fra noi, non potrei, non è questo ciò che desidero. Sa che cosa voglio? Voglio liberarmi da questa dipendenza! Credo di averlo idealizzato…”. Siamo ad un punto di svolta, Genny inizia a capirsi e a comprendere cosa realmente desidera.

Torna dopo due mesi. E’ riuscita a parlare col marito della crisi che sta attraversando e ha optato per una scelta drastica: ha chiesto un anno di aspettativa dal lavoro per allontanarsi da Ettore. Il marito si è dimostrato comprensivo, ha deciso di sostenerla, di starle vicino e di superare insieme questa fase. Genny ha ripreso a praticare alcune attività hobbistiche che aveva abbandonato, sta valutando l’idea di avviare un’attività in proprio, ha ricominciato a fare cose che non faceva più da tempo come curare i rapporti con le amiche, con le quali ormai i contatti si erano ridotti parecchio, andare a visitare fiere ed eventi nell’ambito dei suoi interessi personali, trascorrere più tempo con i figli, ma soprattutto ritagliarsi più spazi di intimità col marito, anche fuori programma, riprendendo così una vita di coppia che ormai era ampiamente trascurata e riscoprendo affinità e feeling ancora vivi. Adesso per lei Ettore non è più al centro dei suoi pensieri, si è finalmente “disintossicata” (termine che utilizza ancora lei stessa) da quella dipendenza che cominciava ad essere per lei motivo di preoccupazione. Si sente molto sollevata e finalmente ha intrapreso la via del cambiamento, superando il suo problema.

Genny ha lavorato sulla consapevolezza delle sue emozioni e dei suoi bisogni. Ha compreso che il suo bisogno reale e non apparente era quello di un rinnovamento. La quotidianità l’aveva portata ad un appiattimento emotivo che lei aveva abilmente e inconsciamente mascherato, costruendo un’oasi, un amore “platonico”, utile a riempire questa sensazione di vuoto. Il counseling ha potenziato le sue risorse personali, facendole ritrovare il suo equilibrio interiore e chiarendole la via da percorrere. Il percorso si è concluso al decimo colloquio.

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